La prima band, i Bogas. Reggio
Emilia, 1993-94.
"I locali live music a Reggio
in quel periodo erano ancora molto frequentati ed erano più di sei nella
piccola città che, durante le serate del mercoledì, venerdì e sabato sera,
ospitavano cover band e giovane cantautori esordienti. Io in quel periodo,
dopo un paio di anni rinchiuso in una piccola cucina di un cafè pub di mio
padre, di nome “LATTE E MIELE”, assieme a mia sorella Benedetta, passavo le
serate facendo il mio lavoro, cioè: panini, pizze, piadine ecc.. Ad alcuni
amici che venivano a trovarmi nel retro, regolarmente dicevo: non sarà mica la
mia vita fare panini, vero?
E loro sorridevano dicendo che era peggio andare in officina otto ore al
giorno.
Avevano ragione, certo, anche perché, prima di fare il servizio civile e
scegliere di aiutare i ragazzi affetti da distrofia muscolare, lavoravo in
un’officina dove si costruivano irroranti e macchine diserbanti, e sapevo
benissimo cosa significava. Tuttavia sentivo che i panini non erano la mia
professione. Nel mentre, di pomeriggio, facevo anche l’assicuratore per
trovare una strada diversa, ma dopo poco più di un paio di anni avevo cassato
anche quello.
Lasciai la birreria e cominciai a lavorare per un’impresa di traslochi. E fu
proprio il titolare della ditta che mandò un fax al giornale di Reggio,
dicendo che un cantante era in cerca di un gruppo per proporre canzoni dei
Queen. Poco dopo ricevetti una risposta da un gruppo già attivo che era
rimasto senza cantante: erano di Correggio e si chiamavano “I BOGAS”. Avevano
una serata imminente ma, appunto, senza cantante e mi chiesero se in 15 giorni
mi sentivo di imparare il loro repertorio, con alcuni pezzi dei Queen già
pronti. Risposi di sì, senza neanche sapere come si faceva.
La serata andò abbastanza bene, tutto sommato. Cantavo canzoni dei Toto, Queen,
Led Zeppelin, Police, Pink Floyd, Guns N’ Roses ed altri che ora non ricordo,
ad un matrimonio con davanti un leggio, ma regolarmente mi giravo verso la
band per la vergogna, che forte!
E’ così che mi sono avvicinato al mondo del live, dopo cinque anni passati a
cantare in macchina e in casa, dove mio padre mi chiedeva se ero suonato o
facevo sul serio.“
Matteo Setti
Aranda,
1996
“Devo dire riguardo a questo trio che è stata veramente una fortuna incontrare
questi due amici molto importanti per me. Stavo sempre cercando di migliorare
il mio canto e le mie perfomances, ormai infatti avevo deciso che la mia vita
sarebbe stata quella di fare il cantate di professione.
Era il 1996 e, in quel periodo così fortunato per la musica nel panorama
reggiano, un locale che andava per la maggiore era l’EKO, un pub live music
frequentato dalle migliori band locali.
Una sera, proprio dietro il banco del bar, mi fecero conoscere Giordano
Gambogi che si preparava un cocktail da solo. Mi avevano già detto diverse
volte che quella era la persona giusta per me, così gli chiesi di sentirmi
cantare nel suo studio per vedere cosa potesse fare per aiutarmi. Lui, con un
gran sorriso, mi disse che lo avrebbe fatto volentieri. Da quel momento non ci
separammo più.
Fece molto più di quello che gli avevo chiesto: mi prese con sé e mi aiutò
nella mia impresa di voler affrontare veramente questa professione. Così, dopo
avermi presentato il suo amico di Taranto Ezio Solito, bravissimo chitarrista
ritmico e corista, nacque il mitico Trio Aranda. Ci chiudemmo per sei mesi in
studio per fare prove veramente serrate perché Giordano mi disse che sì,
avrebbe speso tempo volentieri, ma con un patto ben preciso: portare fuori
questo trio innovativo con uno spessore musicale invidiabile.
Il lavoro era diviso così: Giò suonava la chitarra come solo lui sapeva fare,
cioè con la tecnica di Mark Knopfler e quella del “finger picking“, suonando
anche una cassa microfonata costruita da Ezio. Io cantavo e mi dedicavo come
potevo a tutto ciò che riguardava la ritmica con i vari Charleston, Cimbalo,
Chimes e un simpatico “alberello di natale” (così lo chiamavamo per ridere)
che supportava due ovetti di plastica pieni di sabbia. Ezio suonava la
chitarra ritmica, poi con un piede il “campanaccio” (sempre creato da lui,
come tutti gli strumenti degli Aranda) e cantava sullo stile dei Earth Wind &
Fire. Era veramente un trio esplosivo.
La musica che suonavamo era completamente riarrangiata da noi o, per meglio
dire, da Giò, e presentavamo un repertorio molto interessante. I gruppi a cui
attingevamo per alimentare il nostro repertorio erano: Queen (ovviamente),
Richard Marks, Bob Marley, Stevie Wonder, The Police, Marvin Gaye, Christopher
Cross, Terars for Fears, Eric Clapton, Lionel Richie, George Benson, Cindy
Lauper, Earth Wind & Fire, Toto e tanti altri.
Ancora oggi ci troviamo per fare alcuni concerti e quando succede lo si fa
senza prove. Il risultato esce certamente meno tecnico, ma con una grande e
violenta energia che ci assale come piace a noi e, a quanto pare, anche alla
gente.
Grazie amici miei, per sempre ARANDA. “
Matteo Setti
Radio Ga Ga
“La mia grande passione arriva ad essere una realtà con la quale mi
guadagnavo da vivere, una cosa impensabile 6 anni prima. Bene, così arrivai
a maturare che l’ora era giunta per proporre un live dei Queen, precisamente
il “live Wembley 1986”, che avevo studiato fino alla pazzia:
partivo alle sette della mattina cantando a squarciagola, sul furgoncino che
guidavo trasportando pesce, che mattinate! Verso le otto e mezzo ero già
totalmente afono.
Cominciai a cercare i musicisti giusti. Tramite delle conoscenze arrivò il
pianista Fulvio Ferrari, che già avevo avuto modo di conoscere, avendolo
visto in qualche suo concerto. Molto bravo e preciso, anche a lui l’idea
piaceva tantissimo. Il secondo fu il bassista presentatomi da Giordano:
Andrea Fornaciari (detto Auro), la tranquillità fatta persona. Poi il
chitarrista Massimo Preti (detto Napo), bravissimo in tutti quei generi che
la chitarra elettrica può esprimere con quelle sei fantastiche corde
metalliche. Bravissimo e molto veloce ad imparare, una macchina da guerra.
Alla batteria Alessandro Guerzoni (detto Pischi), magrissimo. A detta sua
aveva la giusta “pacca” (la frustata sulle pelli della batteria) per noi e
così era, faceva morire dal ridere. Poi io alla voce, con una frenesia
troppo accesa, senza pazienza, per la fretta di vedere il repertorio
concluso e poter finalmente uscire a cantare nei pub e capire cosa ne
pensava la gente. Sicuramente diverse volte mi avranno dato alcuni
soprannomi poco lusinghieri, ma li capisco, poveri, ero un rompi balle.
Le date in realtà non erano così frequenti, ma quando arrivava la nostra
serata ci facevamo sentire, vi assicuro che era così. Lì sopra mi
immedesimavo come pochi, sputavo l’anima fino alla fine e, anche se le prime
volte ci arrivavo in malo modo, vocalmente, poco sembrava interessare alla
gente, perché quello che avevo lo davo. Ci sono state serate dove
assolutamente non venivamo proprio presi sul serio e attirare l’attenzione
era durissima. Poco dopo la metà del concerto a volte si muoveva qualcosa,
ma non troppo. Poco mi importava: finivo comunque senza voce. A Reggio
eravamo diventati un buon pretesto per ascoltare un buon live e in quelle
serate al mitico EKO era come se la gente incitasse tutti noi come un vero
gruppo Rock. Che serate ragazzi, che figata. Freddie Mercury era già dentro
al mio cuore da tempo, ma da quelle serate è ancora qui oggi, e nei miei
giorni di allenamento vocale spesso mi mette ancora alla prova, eccome!
Alcuni rockettari, quando mi incontrano in giro, non mi dicono “quello di
Notre Dame”, ma “quello che faceva i Queen” e io dico dentro di me…YEAH!!!!!
Amico, sono proprio io. E giuro che prima o poi riproporrò un live
memorabile per ricordare il mio mito, che sempre sarà nel mio cuore per
farmi tremare, pensare, sognare, e urlare le sue canzoni, con una lacrima di
nostalgia per il più grande front-man della storia del rock: Freddie Mercury.
I still love you.”
Matteo Setti